LA COTTA PER IL MILIONARIO

Scena Bonus

Hank & Abby

Traduzione di

PAOLA CICCARELLI

“La cotta per il milionario

Autore Mira Lyn Kelly

Copyright © 2018 Mira Lyn Kelly

Titolo originale: Hard Crush

Traduzione di Paola Ciccarelli


Scena Bonus

 

Hank 

 

Due mesi dopo la fine della storia (e quattro anni prima dell'epilogo) 

 

Con il fianco appoggiato al mobiletto del bagno, osservo il macello che ho nel palmo e poi l'espressione tragica sul volto di Abby... e cerco di non ridere. 

Siamo entrambi mezzi svestiti, io ho ancora un po' di schiuma da barba sulla mascella e lei indossa un completino intimo color pesca che mi piace parecchio. Però abbiamo un problemino. 

«Non so com'è successo» dice Abby, torcendosi le mani davanti a sé. «Stavo leggendo i messaggi di Helen sulle anticipazioni di NCIS e poi sono inciampata e ho sbattuto contro la sedia. Il cellulare mi è caduto di mano e dev'essere finito sotto la gamba della sedia o una cosa simile, perché quando mi sono seduta...» 

«È stato allora che hai sentito lo scricchiolio?» chiedo, passandomi una mano sulla bocca per nascondere il sorriso. 

«Hank, puoi aggiustarlo?» 

Girando il dispositivo rotto su un lato, osservo quello che presumo sia il caffè che ho acquistato stamattina colare dalle parti scheggiate. 

Come ha fatto a far finire il caffè nel...? 

Scuoto la testa. Il team di analisi dei guasti se la spasserà con questo. 

Una parte di me vorrebbe tanto ripararlo. Dimostrarle che posso fare tutto ciò di cui ha bisogno. Essere il suo eroe. Ma dobbiamo essere entrambi a scuola tra trenta minuti. «Penso che forse sia ora di dirgli addio, tesoro.» 

Sospira e accascia le spalle. «Adoro quel cellulare.» 

«Lo so.» Con una resistenza di grado militare, è sopravvissuto a un ciclo di prelavaggio con candeggina e a un ruzzolone in un forno a 230 gradi. E questo solo nei due mesi da quando mi sono trasferito a casa di Abby. Dio solo sa cosa ha passato prima. 

Chinandomi, le poso un bacio sulla tempia, poi le passo accanto, torno nella nostra camera da letto e vado verso il cassetto che contiene la mia biancheria intima e che per brevissimo tempo – perché avevamo già aspettato abbastanza – ha custodito l'anello che attualmente adorna l'anulare di mia moglie. Infilando la mano in fondo al cassetto, tiro fuori un'elegante scatola nera. 

«Cos'è?» mi chiede, sbirciando da dietro di me in un modo che fa sì che le morbide curve del suo corpo premano contro la mia schiena nuda. 

Piacevole

Le si mozza il fiato, dopodiché comincia a saltellare su e giù. «Hank! Hai un altro cellulare lì dentro?» 

Sorrido. Ne ho tre. Per ogni evenienza. 

Mi getta le braccia al collo e mi attira a sé per tempestarmi la mascella e la guancia di baci. «Sei il mio eroe.» Mi dà altri baci, e ne approfitto per afferrarle le gambe e avvolgermele intorno alla vita. «Grazie! Grazie!» 

«Sono piuttosto certo che dovrei essere io a ringraziarti, perché questa svolta degli eventi sta decisamente andando a mio favore.» La porto verso il letto, ma prima che possa distenderla, squittisce e si divincola dalle mie braccia. 

Aspetto, perché l'espressione indecisa sul suo viso mi fa sperare che le cose potrebbero ancora andare come voglio. Però sono abbastanza sicuro di no, perché si tratta di Abby, la quale preferirebbe rotolarsi nei vetri rotti piuttosto che deludere i suoi studenti. E sebbene stia già pensando ai vari modi in cui farla venire in cinque minuti o meno se me ne darà la possibilità, adoro che sia fatta così. Non vedo l'ora di vedere come sarà con i nostri figli in futuro. 

Alla fine emette un sospiro di frustrazione e alza una mano come per tenermi lontano. «Stasera. Stasera riprenderemo da dove ci siamo interrotti.» 

Mi passo una mano sul petto, notando il modo in cui i suoi occhi si offuscano un po' di desiderio. 

Dio, quello sguardo. Lo adoro, cazzo. Ciononostante le ricordo: «Fra poco c'è la riunione docenti e poi devi trattenerti fino a tardi per correggere i compiti.» 

Annuisce, continuando a fissarmi. 

Infilo il pollice in un passante dei pantaloni. Con disinvoltura. Come se non avessi idea di averle appena dato un altro centimetro di pelle da ammirare. 

Deglutisce rumorosamente. Qualcuno apprezza gli addominali. 

«Dopo la correzione dei compiti» sussurra. 

Avvicinandomi per darle un bacio veloce, accosto la bocca al suo orecchio. «Farò sì che l'attesa venga ripagata. Promesso. Ora vestiti.» 

 

* * * 

 

Ci sono dei vantaggi nell'aggiornare il sistema di sicurezza della scuola. Tipo che il preside Novak mi ha letteralmente dato le chiavi dell'edificio. E l'accesso al nuovo sistema, inclusi tutti i codici e le videocamere di sorveglianza. Mentre lascio il dipartimento di scienze e vado verso l'aula di Abby, è strano sapere che questo immenso edificio è vuoto a parte noi due. 

Mi fermo sulla soglia dell'aula, dove trovo la cattedra vuota e Abby in piedi su una sedia ad appendere una scultura mobile con le citazioni preferite dei suoi studenti vicino alla finestra. 

«È magnifica» commento, avvicinandomi e cingendole la vita con entrambe le mani. Ogni scusa è buona per toccarla. «I ragazzi l'adoreranno.» 

Abby fa spallucce, ma ha le labbra curvate in quel sorriso di cui non mi stancherò mai. «Ho finito di correggere i compiti in anticipo e ho pensato di appenderla prima di domani. Hai finito l'inventario per il laboratorio?» 

«Sì.» Forse ho esagerato un pochino nell'arricchire la BHS con le più recenti e migliori tecnologie, però sono grato a questo posto. Mi ha ridato il mio cuore. Una vita che vale la pena vivere. Abby. 

Ripenso a quel primo giorno prima della rimpatriata e mi chiedo cosa sarebbe successo se la porta dell'aula non si fosse aperta proprio in quel momento. Se non l'avessi sentita ridere. Se avessi continuato a camminare. 

Cristo, sto male al pensiero che pochi secondi prima o dopo avrebbero potuto cambiare tutto. Che avrei potuto mancare di rincontrarla. 

«Hank?» dice in tono interrogativo quando inizio a far scivolare le mani sulle curve delicate dei suoi fianchi e delle sue cosce. 

«Ti sto tenendo al sicuro, tesoro.» Sto rammentando a me stesso che la porta dell'aula si è aperta e mi sono fermato. Che lei è mia. 

«Mmm, davvero?» Non ci casca, però non sembra importarle. 

«Sei pronta per tornare a casa?» 

Continuo ad accarezzarle le gambe. Dovrei prenderla per mano e aiutarla a scendere, ma per qualche motivo mi piace stare qui così. Mi piace la quiete della scuola che ci circonda. Questo posto che lei adora e che ci ha fatti incontrare non una, ma due volte. 

Porto le mani più in basso, fino all'orlo del vestito che indossa, facendole scivolare sotto il tessuto elasticizzato. 

Abby infila le dita nei miei capelli e sospira dolcemente mentre io affondo la testa nell'incavo tra i suoi seni. Cazzo, adoro il profumo che ha. 

Adoro poterla toccare così. 

Anche solo per pochi minuti. 

Siamo in aula, quindi non possiamo spingerci troppo oltre. Però... 

«Adoro avere le tue mani su di me» sussurra nel silenzio. 

La guardo in viso. «Sì?» Con gli occhi puntati sui suoi, faccio scorrere le mani lungo la parte posteriore delle sue cosce. Il vestito mi si ammassa intorno ai polsi, sollevandosi sempre di più. 

«Sì» ansima. 

Dovrei fermarmi, invece persisto, stuzzicandola sotto quelle mutandine color pesca che stavo ammirando stamattina. La sua pelle è come seta, il suo gemito in risposta al mio tocco è come droga. Un assaggio e ne sono assuefatto. 

Voglio di più. 

Ne ho bisogno. 

La cingo tra le braccia e la sollevo. Ma invece di metterla giù, la porto verso la cattedra e la deposito sul bordo. Posizionandomi tra le sue gambe, gemo sulle sue labbra mentre mi conficca i talloni nel sedere e mi attira più vicino a sé. 

Cazzo, è eccitante. 

La parte più assennata del mio cervello inizia a valutare la situazione. Siamo in aula, dovremmo fermarci. Ma poi Abby mugola, stringe le dita intorno ai miei capelli e... l'altra parte del mio cervello si attiva. È la parte che mi ha convinto ad acquistare la Wagner Arena per dare ad Abby dei posti migliori dopo che si era divertita così tanto alla partita per cui Greg ci aveva regalato i biglietti. È la parte che ha giurato che l'assistente di volo sul mio Gulfstream non si sarebbe accorta che nella camera da letto stava accadendo qualcosa di più del dormire quando il mese scorso ho portato Abby a Parigi per un weekend per il suo compleanno. Ed è la parte che in questo momento mi ricorda che qui dentro non ci sono videocamere di sorveglianza, che gli addetti alle pulizie sono andati via. Inoltre fantastico di fare cose sconce con questa donna in un'aula deserta da quando eravamo studenti in questa stessa scuola. 

Tracciandole la gamba verso il basso con le dita, le tolgo lo stivaletto che ha al piede e lo lancio verso l'interruttore sul muro. 

«Wow, bel colpo» ridacchia quando siamo immersi in una relativa oscurità e l'unica luce è quella proveniente dal corridoio. 

«Piccola, ho molti talenti» le mormoro sul punto dietro l'orecchio che la fa inarcare verso di me. Poi la bacio lungo il corpo arcuato, sollevandole il vestito fino alla vita. 

«Moltissimi talenti.» 

In questo momento concorderebbe con qualsiasi cosa, però accetto comunque il complimento. 

Le levo le mutandine e me le infilo in tasca prima di sistemarle le seducenti gambe in modo da mettermele sulle spalle e avere un accesso illimitato al mio parco giochi preferito. 

La bacio dolcemente, stuzzicandola tra le grandi labbra finché non grida e si aggrappa ai miei capelli. Questa è la parte migliore, il suo desiderio tangibile. Il bisogno fisico che non vedo l'ora di soddisfare. 

Approfondisco il bacio, assaporando la sua dolce essenza. 

«Hank» ansima sopra di me. 

La lecco con movimenti decisi della lingua, spingendomi dentro, poi la copro con la bocca e succhio quel punto dove pulsa per me. 

Abby viene con una sfilza di gemiti che echeggiano nell'aula vuota. Potrei restare dove sono per ore, farla venire ancora e ancora in questo modo, però mi tira per le spalle e per i capelli, parlando con una disperazione nella voce roca che cambia le mie priorità in un batter d'occhio. 

«Quassù, per favore. Ho bisogno di te.» 

Mi apro la patta dei pantaloni e mi abbasso i boxer prima ancora che le nostre bocche si incontrino in una collisione bramosa e disperata. Poi affondo nel suo calore scivoloso con un'unica spinta forte che ci fonde insieme completamente. Ci incastriamo come due metà che si uniscono per formare un tutt'uno perfetto, e per l'ennesima volta mi chiedo come ho fatto a superare dieci anni senza di lei. Come ho fatto a superare un solo giorno. 

Incrocio e reggo il suo sguardo mentre le do il mio corpo, il mio cuore e la mia anima. Più profondamente, più intensamente. Con tutto me stesso. 

Le sue labbra si schiudono in un grido silenzioso, e poi arrivano le parole. 

Le sue. Le mie. «Ti amo.» 

Traboccano tra un bacio e l'altro, colmando l'aria che respiriamo e penetrando in ogni punto di contatto tra di noi. 

Un'altra spinta, che va a toccare quel punto profondo in lei, che viene per la seconda volta, trascinandomi con sé al culmine del piacere. Perché è così che funziona tra di noi. Dove va lei, vado io. Ora e per sempre. 




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